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L’orgoglio di essere sardi

Identità, esigenze, culture e i tempi che mutano dietro la storia di un popolo, spesso vessato, costretto a difendersi, organizzarsi ed emigrare. Con determinazione a caccia di condizioni vitali accettabili. Gli studi spiegano evoluzione e tipicità. Ma adesso, contro spopolamento ed emigrazione, servono confronto e risposte puntuali e rapide

di Mario Frongia · Pubblicato il

L’orgoglio di essere sardi
Immagine storica dei tanti che hanno lasciato l'isola nel secolo scorso (newsje.com)

Permalosi? Può darsi. Riservati e chiusi? Talvolta. Eppure, le classiche caratteristiche dei sardi stanno cambiando. Lo dicono ricerche e analisi recenti. Lo spiegano i comportamenti delle nuove generazioni. E le logiche che accompagnano le famiglie nello scegliere, se possono permetterselo, residenza e luoghi dove costruire un percorso di sviluppo per sé e per i propri figli. Riflessioni interessanti - curate con solide argomentazioni da Guido Garau su CagliariToday - sorrette da studi provenienti anche da istituti esteri. La prima immagine mette in gioco le coste, luoghi da cui si sono sempre temute invasioni e pestilenze. Con gli interni dell’isola, utili per potersi proteggere, mettere su famiglia, avere una sorta di rete allargata di conoscenze e parentele che funzionava come vaccino contro intemperie e invasori. Un contesto nel quale - tra agricoltura, allevamento, artigianato eccetera - si riusciva a prosperare. O almeno, a vivere. Il paradigma pian piano è cambiato. Adesso si va verso i grandi centri urbani. Per una ragione su tutte: garantiscono servizi - che poi funzionino al meglio o meno, siano inclusivi e accessibili ai più è un’altra storia - assistenza, lavoro, compagnia, svago, scuole e ospedali. Insomma, una vita al passo con i tempi. Il contrario è, tra le tante, una delle ragioni del progressivo spopolamento. Con l’addio dei giovani e non solo ai piccoli nuclei della Baronia e della Barbagia, del Sulcis e dell’Oristanese come della Planargia e del Sarcidano. Un percorso che fa capo soprattutto alla mancanza di opportunità, di sviluppo, di futuro. Opzioni, e lavoro, che scarseggiano e che non sono solo economiche. Ma anche culturali, formative e sociali.

Il gruppo folk posa con i costumi tradizionali sardi.
Gruppo folk Gentarrubbia di Abbiategrasso, formato da emigrati sardi in Lombardia con i costumi tipici delle 8 provincie sarde (ar.pinterest.com)

Culle vuote. “In settant’anni siamo diventati un popolo liquido” scrive Guido Garau in risposta ai tratti tipici isolani. Con la psicofilosofia che illustra nei dettagli cosa è accaduto e cosa continuerà ad accadere ad alcune delle caratteristiche peculiari dei sardi. Intanto, l’Eurostat regional yearbook parla chiaro: con 0,84 figli per donna nel Cagliaritano e 0,89 nel Sud Sardegna, contro una media europea di 1,34, e con un tasso di occupazione del 62,3 per cento a fronte del 76,1 europeo, la nostra regione brilla per culle vuote. Mentre gli ultrasessantacinquenni diventano il partito più numeroso. Un dramma. Per dire, la provincia di Nuoro conta 142.241 residenti e circa il 29 per cento sono over 65. Edward Glaeser, Jed Kolko e Albert Saiz hanno dibattuto di “città come luogo di consumo”. La ragione sta dietro un fatto: le persone vanno e permangono nei luoghi in cui si sta bene. Guadagni, clima, serenità sotto varie forme. Benessere e salute, dunque. Guido Garau cita giustamente Alain Corbin. Lo storico ha mostrato la recente motivazione che vede i litorali come luoghi piacevoli e ricercati. Ed è stato Sigmund Freud ad avanzare tra i primi l’idea che i sentimenti siano “più caldi” quando il contesto che circonda l’uomo è apprezzabile, tranquillo, morbido per diversi motivi. Con l’acqua e il mare (vedasi Edward Wilson e Mathew White) che diventa apprezzata, ricercata e “amica” dell’uomo. Altro che invasori alle porte!

Persone con valigie sul molo accanto a una nave.
l'addio alla propria terra (vistanet.it)

Il tempo delle convenienze. Il dibattito non è semplice e rimane aperto. Di fatto, le dottrine certificano che la popolazione segue i servizi e le comodità che funzionano. Se i gusti e le preferenze possono cambiare, cosa che è naturale, si deve riflettere sull’immediato futuro. L’uomo interviene, spesso con troppa determinazione, se il business è allettante. Le regole paiono fatte - specie quella a tutela dell’ambiente e degli ultimi! - proprio per essere aggirate. Ed è assodato che la nostra isola potrebbe garantire con una gestione oculata, specie nel turismo, redditi, prosperità e sviluppo ai propri figli grazie a un patrimonio naturale con pochi eguali nei cinque continenti. Invece, si soffre. I dati? Le proiezioni dicono che le famiglie sarde raggiungeranno il picco nel 2027, con circa 756mila nuclei, per poi scendere a 682mila nel 2050. La dimensione media? Passerà da 2,06 a 1,81 componenti. E siamo da capo. “L'Isola che per secoli aveva cercato riparo dal mare ha scoperto di amarlo. Ora - rimarca Guido Garau - deve capire se sa anche viverci senza smettere di abitare la terra da cui è arrivata”. E anche qui si chiude un cerchio: potranno gli oltre 130mila emigrati - ma sono circa due milioni quelli con origini sarde sparsi per il pianeta - immaginare un rientro, una stabilità, un perimetro di desiderata complessivi che abbia per culmine il riprendersi la terra, le piazze, i campi, le spiagge, le feste e le tradizioni dei propri genitori, zii e nonni? E se così fosse, in che modo andrebbe indirizzata la politica e le decisioni gestionali utili a ricomporre nuclei familiari e parentali, da Villasimius a Stintino passando per Bosa e Lanusei? I quesiti non sempre possono avere risposte esaustive. Ma è meglio - specie per chi amministra la Sardegna - porseli rapidamente, senza calcoli ipocriti e troppi fraintendimenti. Per i Quattro mori sardi il tempo delle convenienze pare essere al capolinea.